Il momento in cui il filosofo del gioco ha dato il suo addio al calcio, per me è stato un momento dove fermarsi a riflettere.
Quando i migliori se ne vanno tornano in mente, tutti in un flash, i ricordi delle gioie e dei dolori che un campione regala spontaneamente nell’arco della sua carriera. Ed è per questo che il tempo passato riempie di malinconia il mio inconscio, ogni volta che la mente cerca il ricordo di Andrea Pirlo.
L’Equivoco
Andrea Pirlo è stato un atleta che ha cambiato il modo di stare e di pensare dentro ad un campo di gioco. Inoltre, come capita spesso ai geni, all’inizio della sua carriera è stato incompreso fino a diventare un equivoco tattico oltre che un’offesa al calciomercato.
Nei primi anni 2000 l’Inter, che ne detiene il cartellino, è una società che spende e spande figurine.
Nel luglio 2001, il nuovo allenatore dell’Inter Hector Cuper (che non lo vede nel suo calcio) accetta le avances del Milan cedendolo per due contropartite di grido come Guly e Brncic.
Certo, il Milan era ancora ignaro di tutto ciò che Pirlo avrebbe rappresentato nel suo prossimo futuro.. In quel momento, anche per il MIlan, il nome di Pirlo serviva solo a fare plusvalenza in quello scambio alla pari con i cugini. Mentre solo poco più tardi Ancelotti passerà alla storia per aver inventato il ruolo alla Pirlo.
Carletto Mazzone lo aveva intanto allenato nel Brescia nella seconda parte del campionato precedente, la Serie A 2000/2001.
Era il Brescia di Roberto Baggio e nell’indifferenza dei media aveva già intuito qualcosa.
Baggio quell’anno segna uno dei gol forse più belli nella storia della Seria A: Pirlo inventa, Baggio fa il Baggio, la rete si gonfia e tutto succede in casa della Juve.
Pirlo, all’epoca era considerato un fantasista, ma con Mazzone già giocava a centrocampo pensando come un numero 10 ma agendo da vertice basso. Insomma per coesistere con Baggio, ecco che un numero 10 diventa un numero 5.
La Maledetta
La stagione successiva arriva a Brescia un certo Pep Guardiola ormai agli sgoccioli della sua carriera da calciatore.
E’ risaputa la stima e l’amicizia che da lì in poi avrà con Mazzone, tanto da invitarlo come suo ospite in occasione della finale di Champions del suo Barcellona a Roma nel 2009.
Perciò mi piace immaginare di come i due abbiano avuto modo di parlare del ragazzo, e magari di come Mazzone si sia vantato di quel ruolo che aveva ricucito su Pirlo in una squadra di provincia.
E mi piace altrettanto immaginare che quando pochi anni più tardi, a Barcellona, lo stesso Guardiola cominciò la sua rivoluzione e l’epoca de Tiki Taka, la cosa fu più facile di come ce l’hanno raccontata. Immaginiamo infatti che l’allenatore catalano per inculcare il suo gioco fatto di tecnica e possesso palla consegnò ai vari Xabi ed Iniesta un semplice DVD con una raccolta di calcio pensato e giocato da Andrea Pirlo: “Studiate e Copiate”.
Guardiola sognava di creare una squadra che avesse 11 Andrea Pirlo in campo. E’ questa la sintesi del Barcellona di Guardiola
Inutile sprecare ora parole per descrivere cosa Pirlo è stato per se, per il calcio italiano, per gli allenatori che lo hanno allenato.
Trovo più giusto omaggiarlo come noi tifosi possiamo fare (andando oltre l’appartenenza delle maglie indossate in carriera).
Lo omaggio pensando ad un suo fondamentale la maledetta, la punizione alla Pirlo. Lo omaggio lasciando a lui le parole così
come le ha trovate in questo passaggio tratto dalla sua autobiografia “Penso quindi gioco” dove parlando delle sue punizioni
ci racconta:
“Si assomigliano ma non sono gemelle, pur avendo tutte una matrice sudamericana, in particolare una stessa fonte d’ispirazione: il centrocampista Antônio Augusto Ribeiro Reis Junior, passato alla storia come Juninho Pernambucano.
Quando giocava nel Lione sapeva inventare traiettorie straordinarie, posava la palla in terra, si contorceva rapito da movimenti non convenzionali, prendeva la rincorsa e faceva gol. Non sbagliava mai, ho guardato le statistiche e ho capito
che non poteva essere un caso. (-)
L’ho studiato, ho raccolto CD, DVD, addirittura vecchie fotografie delle sue partite, e alla lunga ho capito.
Non è stata una scoperta immediata, ci sono volute pazienza e costanza.
Calciava in maniera particolare, e questo era evidente, mi era chiaro il modo ma non
il metodo. Quindi andavo al campo e provavo a imitarlo, all’inizio senza alcun risultato.Le prime volte il pallone finiva due metri sopra la traversa, o tre metri sopra il cielo – senza Ponte Milvio né lucchetti – o al di là delle recinzioni di Milanello, e allora mentivo, portavo i tifosi appostati all’esterno a credere che l’avessi fatto apposta: “Ragazzi, questo è per voi, un regalo da parte mia”. (-) Dopo tre giorni così, stavo nettamente sui maroni al magazziniere del Milan, a cui giravano palle e palloni. Gli esperimenti sono proseguiti per settimane e, siccome i pensieri migliori nascono nei momenti di massima concentrazione, e la massima concentrazione, come insegna Inzaghi, si raggiunge anche cagando, l’illuminazione è arrivata mentre mi trovavo in bagno. Sarà poco romantico, ma è andata esattamente così. La ricerca della verità non mi abbandonava mai, pensavo sempre a quello e nell’istante dello sforzo massimo hanno ceduto gli argini, in tutti i sensi: la ricetta della magia che stavo inseguendo non dipendeva dal punto in cui veniva colpita la palla, ma dal come. Juninho non la prendeva con tutto il piede, bensì con sole tre dita. Il giorno dopo sono partito prestissimo da casa, addirittura ho saltato la classica sfida alla Playstation con Nesta e mi sono fiondato sul campo di Milanello. Con i mocassini, non servivano le scarpe con i tacchetti per dimostrare una teoria esatta.Il magazziniere era già lì.
(-) Mentalmente si stava già preparando ad andare a recuperarlo nel bosco (il pallone ndr). E invece l’ho calciato nell’angolino tra il palo e la traversa, all’incrocio.
Un’applicazione geometrica perfetta. Sarebbe stato gol anche con il portiere, che per fortuna sua in quel momento non c’era. “Andrea, prova a rifarlo.” La provocazione mi è piombata addosso, immediata.
Ormai era una sfida due contro uno: io da una parte, il magazziniere e il fantasma di Juninho Pernambucano dall’altra.
“Ok, stai a guardare menagramo.” Mi è uscita una punizione fotocopia di quella precedente.
Ineccepibile, stilisticamente impeccabile. Replicata per altre cinque volte su altrettanti tentativi.
Ufficiale: ce l’avevo fatta. Il segreto non era più tale. La palla andava calciata da sotto, usando le prime tre dita del piede. E il piede andava tenuto il più dritto possibile e poi rilasciato con un colpo secco. In quel modo la palla
in aria restava ferma e, a un certo punto, scendeva velocemente verso la porta, girando con l’effetto.
Senza saperlo, eccola, la “maledetta”, come qualcuno avrebbe poi ribattezzato quel tipo di tiro. (-) Più lontano mi trovo dalla porta e meglio è, infatti la distanza da cui si tira è direttamente proporzionale all’effetto che si riesce a imprimere.
Meno si è vicini e più il pallone si abbasserà velocemente. Esistono anche delle varianti, dei piccoli accorgimenti per rendere ogni punizione unica, però il concetto di partenza non cambia. E il gol segnato in quel modo è in assoluto quello che mi dà maggiori soddisfazioni, perché in me molti colleghi vedono un esempio da seguire, copiare e magari spodestare,
per loro sono un Juninho Pernambucano 2.0, un brasiliano con l’accento di Brescia”.Andrea Pirlo, Penso quindi gioco.
Ho conosciuto la “Veronica” di Zidane e rimasto stregato dal Superclasico di Buenos Aires . Seguo più gli eventi sportivi da divano che quelli mondani da drink in mano.
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