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Micheal Jordan non è solo Basket: il più grande Brand Sportivo di tutti i tempi

La grandezza di Michael Jordan è stata la sua continua ricerca della perfezione. Ha lavorato per raggiungere una dimensione inarrivabile, come cestista, resa  possibile solo grazie ad una mentalità sempre orientata al lavoro ed alla  vittoria: due aspetti per lui identificati come un obiettivo unico dove l’uno era  imprescindibile dall’altro.
In sintesi, Jordan è diventato un’attrazione magnetica, sia per le generazioni che hanno vissuto direttamente gli anni della sua ascesa ma anche per quelle che sono venute dopo, ed hanno continuato ad alimentarsi di basket guidati dall’eredità emotiva che MJ ha lasciato a questo sport. Non solo come atleta ma anche che come uomo brand.

Sport e Personal Branding

Da sempre il marketing ha il ruolo di inculcare un brand nella mente dei consumatori, in modo da rendere unico un prodotto e posizionarlo al meglio sul mercato.
Il Personal Branding in particolare è l’arte di saper costruire una propria identità personale, insomma un marketing di se stessi capace di trasportare in modo commercialmente efficace un nome ed un cognome allo stesso livello di un marchio.
Il Personal Branding diventa quindi un meccanismo di influenza verso il pubblico dei consumatori, ed i personaggi sportivi in questo senso hanno un canale privilegiato dovuto al fatto che godono, per natura, di una visibilità e di un palcoscenico da fare invidia alla maison francese Luis Vuitton.

Tutti gli atleti hanno un Brand Personale ma solo Mike è MICHEAL JORDAN

Ogni atleta, di qualsiasi livello, ha qualcosa da raccontare. Esso stesso può diventare una marca oppure attrarre diversi Sponsor su di sé e semplicemente arricchirsi come testimonial.

Roger Federer ad esempio ha un marchio a suo nome con le iniziali stilizzate (RF), e secondo la rivista Forbes il suo brand personale ha un valore di 37 milioni di dollari tenendosi dietro altri nomi di prim’ordine come LeBron James (34 milioni), Tiger Woods ( 23 milioni) e Cristiano Ronaldo ( 19 milioni).
Numeri impressionanti ma ridicoli davanti al fenomeno Michel Jordan

The Last Dance è la serie che, a distanza di 20 anni dalle finals NBA 1998, ha ottenuto un successo planetario diventando la serie più vista su Netflix superando la Casa di Carta e Narcos. Tutto ciò è stato possibile, manco a dirlo, grazie al soggetto della sceneggiatura:  Michael Jordan.
MJ è un brand (non un semplice nome e cognome) che ancora tira e vende, come succedeva con le Nike Air Jordan, roba per le quali i ragazzi degli anni 90 si indebitavano pur di avere quell’oggetto che significava uno status symbol. Micheal Jordan è un atleta che, mettendo a frutto la sua stessa immagine, ha portato un Marchio emergente nel settore dell’abbigliamento sportivo, a diventare un leader nel suo segmento di mercato.

Ma come è stato possibile per MJ far diventare la Nike il colosso che oggi conosciamo?

Quando nel 1985 MJ è al termine della sua prima stagione in NBA le cose sono già molto chiare: è il miglior rookie della lega oltre ad essere uno dei migliori realizzatori dei Chicago Bulls che, dopo anni di apatia sportiva, si rendono conto che possono aspirare ad un salto di categoria che puntualmente arriverà negli anni a venire.

A quel punto tutte le firme più prestigiose dell’abbigliamento sportivo sono su di lui per accaparrarselo come testimonial: vogliono Michael Jordan che a sua volta può scegliere di vendersi al miglior offerente. Si parla di marchi che all’epoca erano avanti anni luce rispetto alla Nike, soprattutto l’Adidas e Reebok. Eppure Jordan si convinse di firmare con la mediocre Nike (si all’epoca era l’aggettivo che la caratterizzava),  che a quel ragazzo ebbe la forza di offrire un contratto milionario per 500.000 dollari americani a stagione per 5 anni.

L’intuizione della casa di abbigliamento fu quella di prevedere il futuro da star di Micheal tanto da offrire nel contratto anche il lancio di una linea di scarpe personalizzata posizionando sul mercato fin da subito le Air Jordan.
Scarpe destinate a diventare cult ed ad arricchire sia la Nike che lo stesso MJ e per capire la portata del fenomeno commerciale è utile sapere che ancora nel 2019, a distanza di 34 anni dalla prima serie ed a 20 dalla fine della carriera del cestista, le Air Jordan hanno fatturato ben 140 milioni di dollari mentre il Brand Personale di Micheal Jordan ha registrato ricavi per ben 3,1 miliardi di dollari. E pare che, “da quando il campione di basket ha firmato il suo primo accordo nel 1984, il colosso dell’abbigliamento sportivo gli ha versato, secondo i calcoli di Forbes, la cifra di circa 1,3 miliardi di dollari, rendendolo anche un’icona culturale” (fonte Forbes).

“BE LIKE MIKE”

Michael aveva avuto l’intuizione di scegliere lo sponsor che non lo volesse solo come testimonial ma gli dava invece la possibilità di mettere in pratica la sua idea visionaria. Alla fine degli anni ’80 infatti tutte le scarpe sportive erano praticamente uguali. Così come il marketing: fino ad allora inteso come un flusso di Marca, Scarpa e Testimonial.

Jordan e la Nike rompono questo paradigma: decidendo di creare una scarpa brandizzata e differenziata dallo stereotipo di prodotto e di comunicazione dell’epoca il binomio Jordan/Nike riesce a portare l’attenzione dei consumatori su un segmento di prodotto per la prima volta diverso.
Le Air Jordan erano infatti le prime scarpe realizzate con una tecnologia innovativa (ammortizzavano a livello del tallone) e si ponevano come ideali per la pratica della pallacanestro. Questa “tecnologia” abbinata al nome di Jordan comunicavano a chiunque la possibilità di volare a canestro con la facilità con cui lo faceva il loro idolo.

Un marchio ed un fenomeno commerciale che ad oggi non conoscono segni di rallentamento e che si alimentano grazie all’unico filo conduttore che collega lo sport al business: la passione dei tifosi disposti a spendere pur di “Essere Come Mike”.

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